martedì 24 aprile 2007

IF...

Da un articolo di Silvia Scotti su "La Repubblica" di ieri:


Per chi pensa che l'occasione sia stata sprecata, perchè quando mai ricapiterà un campionato senza la Juventus e con il Milan che si autoelimina dalla corsa scudetto.

Per chi, vedendo Piazza del Duomo e le bandiere che sventolano con la scritta 15 pensava al Circo Massimo con le bandiere col numero 4.

Per chi mercoledì scorso soto sotto ha sussurrato "non si sa mai".

Per chi ha fatto i calcoli e ha detto "siamo in vantaggio con lo scontro diretto".

Per chi al goal di Doni ha avuto un morso allo stomaco.

Per chi al goal di Zampagna ha sentito un vuoto che non sapeva spiegarsi.

Per chi ha pensato 13 punti cosa vuoi che siano.

Per chi ha sognato, nonostante tutto, di cantare siamo noi siamo noi i campioni dell'Italia siamo noi.

Per chi ha ripensato ad Ascoli, al Chievo, Messina e Livorno.

Per chi non vuol fare i complimenti all'Inter.

Per chi ha capito che neanche Spalletti voleva farli.

Per chi ha spento il televisore per non sentire i commenti degli interisti.

Per tutti quelli che sapevano che ormai lo scudetto non sarebbe più arrivato, ma che i miracoli non sono solo quelli dei pani e dei pesci.

Per tutti quelli che adesso dicono avete vinto lo scudetto lasciateci la coppa Italia.

Per tutti quelli che hanno pensato tutto questo, un promemoria:

Cassetti e Ferrari sono squalificati e domenica prossima c'è il derby.

lunedì 23 aprile 2007

SARKO-SEGO, A' VOUS!



Un paese che si è appropriato del suo destino. Doveva essere la vittoria dell'antipolitica, dei qualunquisti stanchi della destra e della sinistra, del fantasma di Le Pen o del terzo incomodo, Bayrou.
E invece l'elettorato francese ha smentito cattive cassandre ed ha spedito al ballottaggio per l'Eliseo due rappresentanti di due partiti tanto cari ai cittadini dell' "exagone": il gollista Sarkozy e la socialista Royal.
Il primo ha concluso quella cavalcata trionfale già prevista dai sondaggi, la seconda, 5 anni ed un giorno dopo, ha fatto riappropiare la sinistra del suo passato e mettere in un cassetto la sconfitta di Jospin ad opera del razzista Le Pen.
Sarkozy ha ottenuto poco più del 31%, la Royal poco meno del 26, il ballottaggio sembra segnato da una conferma della leadership del candidato di destra ma chiunque vincerà porterà con sè l'idea di una politica nuova.
L'addio di Chirac segna il definitivo addio ad una certa idea della Francia, al ricordo del generale De Gaulle e di Mitterand. La stessa sconfitta di Jean Marie Le Pen rappresenta, forse, la parola fine alla parabola dell'ex parà e del suo progetto politico che sconta, indubbiamente, le difficoltà di un sistema elettorale che tritura chiunque voglia opporsi al bipolarismo nato dalla Quinta repubblica e tanto più se si fa aedo di un' ideologia reazionaria e violenta.
Nicolas Sarkozy sembra avere dunque il vento in poppa nonostante la Royal possa contare sui voti della galassia di sinistra che si era presentata separata all'appuntamento con le urne, ma sembra difficile ipotizzare che il candidato che ha ottenuto la percentuale di voti più alta dal 1958 ad oggi possa sgonfiarsi.
Al di là del destino del 18% dei voti di Bayrou, tipico caso di bolla mediatica creata ad arte trattandosi di un vecchio arnese della politica francese che ha sempre partecipato ai governi di centro destra, la Royal può sperare solo sull'effetto TSS (tutti tranne Sarkozy), quello che ha permesso a Prodi di battere Berlusconi unendo un fronte da Mastella a Bertinotti.
Conviene alla Francia avere un futuro presidente prono a Bush e che non ha saputo far di meglio che definire racaille (feccia) coloro che protestavano di fronte alle condizioni delle banlieues francesi?
Probabilmente si perchè, diversamente dal passato, la messe di voti giunta al candidato gollista ha smentito la tradizione degli elettori francesi sempre pronti a bocciare i governi in carica.
E Sarkozy è stato ministro delle finanze prima e ministro dell'interno dopo, degli ultimi governi di destra che hanno amministrato la Francia con la benedizione del suo ex padre putativo Chirac.
A Ségolène Royal dunque, il compito di realizzare l'ultimo colpo d'ala di una tornata elettorale che ha restituito alla Francia il piacere della normalità.

sabato 21 aprile 2007

VITE ALLO SPECCHIO


http://www.youtube.com/watch?v=XSBAMIkigUE

Da un articolo di Furio Zara sul "Corriere dello Sport" di venerdi 20 aprile:

Sono le sei e mezza di una mattina di maggio del 1999 quando la Pulce si sveglia, prepara la cartella, guarda dalla finestra la sua città - Rosario- e mentre fa colazione pensa: « Sono trop­po piccolo ». Non se ne fa una colpa, pe­rò ne soffre.

Nello stesso istante - le sei e mezza di una mattina di maggio del 1999 - il Re si addormenta, sfinito, su un divano sfondato, gonfio e graffiato da troppi vizi, da qualche parte in Ar­gentina circondato da califfi e fanciul­le sciupate e per un attimo, uno soltan­to, pensa: « Sono troppo grasso » . Non se ne fa una colpa, e chissà se - più che sofferenza - il suo non sia il piacere nero di chi si lascia an­dare fino alla fi­ne, e magari un po' più in là.

Lionel Andrès Messi, Diego Armando Mara­dona: vite parallele di due geni sinistri baciati dal talento.

La « Pulce » Messi nasce il 24 giugno del 1987, all’epoca Maradona ha 27 anni, e festeggia pure lui una nascita: quella della figlia, l’amata Dalma Nerea, avuta dalla don­na della sua vita, Claudia Villafane, che sposerà due anni dopo con uno smoking stretto sulle spalle e i piedi morsi dai mocassini, che « avevo voglia di togliermeli e calciare un pallone » , dirà più tardi. Un mese prima - è il 5 maggio - Maradona ha regalato a Na­poli il primo scudetto della sua storia. L’anno prima ha appena vinto - da so­lo - il Mondiale in Argentina, è il Re del Mondo: « Oh mamma mamma mamma, sai perché mi batte il cora­zon: ho visto Maradona, ho visto Mara­dona, ehi mammà innamorato son ».

E’ verosimile che la notte del 29 giugno del 1986, quando Maradona alza la Coppa a Città del Messico, gli sguardi del signor e della signora Messi si in­crocino nel punto esatto dove nasce l’idea di fare un figlio.Il 30 ottobre del 1997 Maradona si ritira dal calcio, è il giorno del suo 38 ° compleanno. Messi ha dieci anni, a scuola lo prendono in giro perché è basso, lui reagisce con un tic che si porterà dietro a lungo: si tocca in con­tinuazione i capelli, che lascia cresce­re lunghi e lisci, fin quasi alle spalle.Colpi di cuore, quelli decidono il destino dei due talenti: il bambino che non sapeva cresce­re e l’uomo che non sa­peva invecchiare.

4 gennaio del 2000, Punta del Este, Uruguay: Ma­radona viene colpito da un attacco cardiaco do­vuto al consumo di cocaina, lo portano d’urgenza in ospedale, si rimette, si fa rivedere in tivù - mesi dopo - a Cuba, con il tatuaggio di Che Guevara sul­l’avambraccio, mentre passeggia con Fidel Castro: due reduci, con molta storia addosso. Negli stessi giorni in cui Maradona sta per morire, Messi comincia a pensare a una vita nuova. C’è che Lionel è troppo piccolo, i dot­tori parlano di una forma di nanismo, dicono che serve l’ormone della cre­scita, c’è che « La Pulce » ha bisogno di cure. Gliele offre il Barcellona, che pa­ga le cure e lo mette sotto contratto. Così i Messi partono, meta la Spagna.

Lionel Messi ha tredici anni e una vita davanti. Diego Armando Maradona ha quarant’anni e un paio di vite alle spal­le. Pesi, altezze, numeri: Maradona ­fumo, alcol, cocaina, cibo - arriva a centocinquanta chili, e non sembra un’impresa: la sua è una vita da pren­dere a morsi. Fango, oro e polvere: il Re è nudo, sdrucito di ricordi, con le borse sotto agli occhi, e lo sguardo sempre altrove. Messi arriva a un me­tro e sessantacinque centimetri, ed è solo un’impresa.

E’ l’estate del 2005 quando Messi si rivela al mondo ai Mondiali Under 20 dell’Olanda. E’ l’estate del 2005 quando Maradona si rivela per quello che è: un uomo che ha molto vissuto, molto si è dato, molto ha sbagliato. Lo fa in diretta televi­siva, lacrime, sudore e cerone a confondersi nei primi piani, lo fa nella tra­smissione « La Noche del 10 » spostando la sua vita, con una finta come ai bei tem­pi, dalla realtà al reality. E’ durante la trasmissione che avviene l’inconora­zione. « Messi è il mio erede », dice il Re puntando il dito tozzo sul telescherno dove scorrono le magie della « Pulce » .

Poi sarà solo vita, o qualcosa di me­no: barelle, lettini d’ospedale, flebo e preghiere per il « Re » , sempre più sfatto, sempre più triste, solitario y final. Poi sarà solo vita, o qualcosa di più: campi verdi, dribbling e stelle fi­lanti per la « Pulce » .

Sempre più pe­sante, Maradona. Sempre più legge­ro, Messi. Vita in te ci credo: uno ha smesso di pensarlo, l’altro ha comin­ciato a capirlo.

giovedì 19 aprile 2007

SALVATE IL SOLDATO ROBERT...


Ore 7, 30, esco, vado da Alessio, il mio giornalaio di fiducia, per comprare i giornali. Il mio quotidiano preferito, "La Repubblica", non c'è ed allora compro "La Stampa".
Vado, golosamente nelle pagine sportive per leggere il punto dell'opinionista sportivo di punta del giornale di Torino, Roberto Beccantini, ma con mio sommo dispiacere non lo trovo. Non saprò mai il suo parere sulla partita della Roma contro l'Inter, sul "Pupone" mai decisivo e su una squadra mai matura, lui che inviato felice a Manchester assieme al suo fido scudiero Massimiliano Nerozzi si era stropicciato gli occhi di fronte alla superiorità dei Red Devils.
Però c'è comunque l'ottimo Marco Ansaldo, cuore bianconero intristito e inviato a S. Siro, che, indeciso tra la gioia per l'ennesima figuraccia dell'Inter ed il malcelato fastidio per l'ottima prova della squadra giallorossa, tira fuori ugualmente queste perle.
Cosa fanno gli undici giallorossi dopo il rigore inventato da Trefoloni? Ma chiaro, "si attorcigliano nel rancore per l'ingiustizia subita" mentre Mexes "salterà la prossima partita come Pizarro e Mancini tutti diffidati e ammoniti: ai tempi della Juve di Moggi si sarebbe pensato al complotto".
Quando, comunque soddisfatto anche se deluso per non aver letto il mio idolo Beccantini, sto per richiudere il giornale, toh!, a pagina 5 c'è la nemesi.
Ricomposta la coppia di Manchester, Nerozzi inviato a Cardiff (la cui profondità di pensiero avete potuto apprezzare grazie al mio amico Nanni nella risposta al mio post Tie Break nell'analisi della partita di Totti) per raccontare il fallimento della candidatura agli Europei e Beccantini a commentare il tutto con un articolo fermo e indignato, La somma di troppe indecenze.
Al di là di ogni commento scaramantico su quanto la suddetta coppia porti bene, di chi è la colpa della vittoria di Polonia ed Ucraina? Ma di Matarrese e della Melandri, "una mina vagante e una ministra riscaldata", "siamo stati antipatici, sbruffoni e monotoni", non una sola parola su Calciopoli e Moggi.
Ma d'altra parte come non ricordare lo juventino Beccantini ospite quasi fisso nella scorsa edizione della Domenica Sportiva assieme allo juventino Tony Damascelli de "Il Giornale" (sospeso a tempo indeterminato dal quotidiano nel quale lavorava per il suo coinvolgimento in Moggiopoli) sotto il vigile sguardo di Marco Mazzocchi, ridere con lo stesso Moggi mentre sherzavano e deridevano i Sensi e la realtà giallorossa tutta.
Però non crediate che Beccantini cada nella demagogia o nel qualunquismo più becero perchè, alla fine, una ragione c'è se l'Italia non organizzerà gli europei del 2012 e lui la scrive chiara e tonda, senza peli sulla lingua "siamo stati presuntuosi come la Roma di Manchester".
Ah, ecco...
P. S: la vittoria di ieri la voglio dedicare al nostro uomo a Milano, al nostro fratello giallorosso portafortuna imbucato nella capitale lombarda:
Alberto, resisti!!!

mercoledì 18 aprile 2007

BAD DAY


Dove eravamo rimasti?

Sembra sempre di riprendere un vecchio libro abbandonato sul comodino quando si parla della facilità con la quale negli Stati Uniti uno si sveglia, sbrocca e compie una strage. Troppe volte i grandi network americani devono interrompere le loro trasmissioni per cominciare lunghe no stop da luoghi incantati, giardini incontaminati, campus perfetti nei quali un pazzo, o più d'uno, sparano all'impazzata contro persone indifese.

Il politecnico della Virginia Tech è solo l'ultimo teatro di un copione abusato che non lascia spazio nè a sorprese nè a colpi di scena, tutti sanno quale sarà la fine del romanzo.
Trentatre vittime uccise da un ventitreenne sud coreano, "mi avete costretto a farlo" ha lasciato scritto in un bigliettino, senza che qualcuno presagisse un gesto simile.

La domanda è sempre quella, perchè accade?

Il secondo emendamento della costituzione americana statuisce la necessità di formare una milizia armata per difendere la libertà dei cittadini, a cui viene garantita la possibilità di portare un'arma al seguito. Questo fa sì che le armi possano essere vendute con facilità anche grazie alle ultime leggi proposte dall'amministrazione Bush ma forse il problema è più vasto.
Ha certamente ragione Michael Moore che con il suo Bowling a Columbine aprì uno spiraglio che pochi osarono approfondire, ha torto l'amministrazione repubblicana con il suo liberismo sfrenato ma come è spiegabile la facilità con la quale, troppo spesso, siamo costretti a commentare le gesta di qualche ragazzo voglioso di emulare i cow boy di qualche secolo fa?

E forse è proprio qui la chiave. Gli Stati Uniti sono il paese nel quale la libertà, la capacità di farcela da soli ha assunto un'importanza preponderante rispetto ad altre parti del globo tanto che proprio qui è nata la nozione di Stato minimo portata avanti dal filosofo Robert Nozick.

Nella prefazione a Anarchia, stato e utopia Nozick espose con estrema chiarezza le premesse da cui muoveva. "Gli individui - egli scrisse - hanno dei diritti; ci sono cose che nessuna persona o nessun gruppo di persone può far loro (senza violare i loro diritti). Tali diritti sono tanto forti e di così vasta portata, da sollevare il problema di che cosa lo Stato e suoi funzionari possono fare, se qualcosa possono. Quanto spazio lasciano allo Stato i diritti degli individui?".
E a questo interrogativo egli rispondeva affermando che "lo Stato minimo, ridotto strettamente alle funzioni di protezione contro la forza, il furto, la frode, di esecuzione dei contratti, e così via, è giustificato; che qualsiasi stato più esteso violerà i diritti delle persone di non essere costrette a compiere certe cose, ed è ingiustificato". In breve, che "lo Stato minimo è allettante oltre che giusto".
Nozick è il teorico di un liberalismo che concepisce lo Stato essenzialmente come "guardiano notturno", è il difensore cioè di uno Stato minimo, di uno Stato che ha poteri e funzioni limitatissime, di uno Stato la cui nascita ha luogo senza la violazione dei diritti degli individui, in quanto dall'anarchia dello stato di natura si uscirebbe in seguito ad un processo spontaneo (Cfr. M. Baldini, E il professore di Harward teorizzò lo "Stato minimo", in "Avvenire", 26 gennaio 2002).


E forse proprio questa mentalità, questa idiosincrasia a delegare allo Stato quello che posso fare da solo può aiutare ad assumere una chiave di lettura, seppur parziale, che spieghi la ratio di un'inutile mattanza.

domenica 15 aprile 2007

TAKE ON ME



Stanotte mentre tardavo a perdere sonno, la tv mi ha fatto un grande regalo con la trasmissione del video degli A-ha, Take on me, anno di grazia 1986, probabilmente il motivo simbolo degli anni '80 e comunque una delle mie canzoni preferite.


Chi ha la mia età non può non ricordare il ritornello, il video davvero eccentrico nel quale una ragazza bionda seduta nel Kim's cafè di Londra viene risucchiata nel mondo del fumetto che stava leggendo dallo stesso Morten Harket, leader della band norvegese che, vestito da centauro, la saluta facendogli l'occhiolino.

Dopo molte peripezie e quando la ragazza crede che Morten sia rimasto ucciso da un gruppo di motociclisti c'è l'happy end: lui esce dal fumetto e i due si possono abbracciare.


Immagini sfocate, pettinature esagerate, tipici scorci della Londra fumosa e nebbiosa, classico video anni '80. Quegli anni così disprezzati, gli anni del riflusso, della fine dell'impegno politico, degli yuppies, dei paninari, dello scudo stellare di Reagan, del liberismo sfrenato, dell'implosione dell'universo comunista, della lady di ferro Margaret Tatcher che, incurante dello sciopero ad oltranza dei minatori, decide la chiusura dei pozzi.

In Italia è l'epoca dell'orologio sul polsino, del fenomeno Craxi, della morte in diretta tv di Berlinguer durante un comizio a Padova e dei successivi funerali, un corteo doloroso di un milione di persone sotto il sole romano, delle vacanze tutto compreso, del fenomeno Arbore e dell'affievolirsi della scuola dei cantautori, dello scudetto della Roma, di Platini, dello scoppio del fenomeno sacchiano e del Milan olandese.


In tutto questo, almeno per me, Take on me ha lo stesso valore che aveva per Marcel Proust la madeleine. Se avrete occasione di leggere Dalla parte di Swann vedrete come lo scrittore narri di sè ragazzino che assapora una tazza di the nella quale è inzuppato un dolce molto particolare, "corto e gonfio", egli dice, che si chiama "madeleine". Quest'esperienza, che è del tutto insignificante, lo porta in uno stato di felicità e quasi di estasi che egli tenta di comprendere. Cerca di far questo gustandone una seconda sorsata, ma in quel momento la sensazione si arresta.


Ebbene ascoltando la canzone degli A-ha io ho la sensazione di tornare a quel 1986, l'anno dei mondiali mexicani, la doppietta di Maradona contro l'Inghilterra al sole dello stadio Azteca (il goal di mano e lo splendido secondo goal dribblando chiunque e facendo commuovere perfino il telecronista della BBC inglese), stavo in terza elementare, quando non c'erano problemi, quando c'era sempre il sole e noi giocavamo sempre a pallone, anche a scuola. L'anno di una splendida vacanza in Sardegna, di partite viste allo stadio Olimpico, Roma-Avellino 5-1(cinquina del bomber Pruzzo, esultavo sulle fredde gradinate del vecchio stadio con la pazza radiocronaca di Mandolesi e Pato nelle orecchie) quando non c'era la copertura e l'urlo dello stadio atterriva tutti gli avversari.

Questi sono i miei anni '80 e per condividere con voi queste medesime sensazioni vi invito a leggere questa lunga serie di considerazioni sulla nostra generazione (grazie ad Enrico per avermele fatte conoscere quasi un anno fa) e credo che sarete d'accordo con me.


Ah, se qualcuno non ricorda o non conosce Take on me, lasciatemelo dire, vi invidio! e comunque rimediate cliccando qui




e a chi la conosce, quale miglior colonna sonora per queste perle di saggezza:


La nostra generazione



Lo scopo di questa missiva è quello di rendere giustizia a una generazione,

quella di noi nati metà anni '70 e agli inizi degli anni '80 (anno più, anno meno), quelli che vedono la casa acquistata allora dai nostri genitori valere oggi 20 o 30 volte tanto, e che pagheranno la propria fino ai 50 anni.


Noi non abbiamo fatto la Guerra, né abbiamo visto lo sbarco sulla luna,

non abbiamo vissuto gli anni di piombo, né abbiamo votato il referendum per l'aborto e la nostra memoria storica comincia coi Mondiali di Italia '90.

Per non aver vissuto direttamente il '68 ci dicono che non abbiamo ideali, mentre ne sappiamo di politica più di quanto credono e più di quanto sapranno mai i nostri fratelli minori e discendenti.

Babbo Natale non sempre ci portava ciò che chiedevamo, però ci sentivamo dire, e lo sentiamo ancora, che abbiamo avuto tutto,nonostante quelli che sono venuti dopo di noi sì che hanno avuto tutto, e nessuno glielo dice.


Siamo l'ultima generazione che ha imparato a giocare con le biglie, a saltare la corda, a giocare a lupo, a un-due-tre-stella, e allo stesso tempo i primi ad aver giocato coi videogiochi, ad essere andati ai parchi di divertimento o aver visto i cartoni animati a colori.

Abbiamo indossato pantaloni a campana, a sigaretta, a zampa di elefante e con la cucitura storta; la nostra prima tuta è stata blu con bande bianche sulle maniche e le nostre prime scarpe da ginnastica di marca le abbiamo avute dopo i 10 anni.

Andavamo a scuola quando il 31 ottobre era la vigilia dei Santi e non Halloween, quando ancora si veniva bocciati, siamo stati gli ultimi a fare la Maturità e i pionieri del 3+2.

Siamo stati etichettati come Generazione X e abbiamo dovuto sorbirci Sentieri e i Visitors, Twin Peaks e Beverly Hills (ti piacquero allora, vai a rivederli adesso, vedrai che delusione).

Abbiamo pianto per Candy-Candy, ci siamo innamorate dei fratelli di Georgie, abbiamo riso con Spank, ballato con Heather Parisi, cantato con Cristina D'Avena e imparato la mitologia greca con Pollon.


Siamo una generazione che ha visto Maradona fare campagne contro la droga.

Siamo i primi ad essere entrati nel mondo del lavoro come Co.Co.Co. e quelli per cui non gli costa niente licenziarci.

Ci ricordano sempre fatti accaduti prima che nascessimo, come se non avessimo vissuto nessun avvenimento storico. Abbiamo imparato che cos'è il terrorismo, abbiamo visto cadere il muro di Berlino, e Clinton avere relazioni improprie con la segretaria nella Stanza Ovale; siamo state le più giovani vittime di Cernobyl.

Abbiamo imparato a programmare un videoregistratore prima di chiunque altro, abbiamo giocato a Pac-Man, odiamo Bill Gates e credevamo che internet sarebbe stato un mondo libero.


Siamo la generazione di Bim Bum Bam, di Clementina-e-il-Piccolo-Mugnaio-Bianco e del Drive-in.

Siamo la generazione che andò al cinema a vedere i film di Bud Spencer e Terence Hill. Quelli cresciuti ascoltando gli Europe e Nik Kamen, e gli ultimi a usare dei gettoni del telefono.

Ci siamo emozionati con Superman, ET o Alla Ricerca dell'Arca Perduta.


Bevevamo il Billy e mangiavamo le Big Bubble, ma neanche le Hubba Bubba erano male; al supermercato le cassiere ci davano le caramelline di zucchero come resto.


Siamo la generazione di Crystal Ball ("con Crystal Ball ci puoi giocare"), delle sorprese del Mulino Bianco, dei mattoncini Lego a forma di mattoncino, dei Puffi, i Voltrons, Magnum P.I., Holly e Benji, Mimì Ayuara, l'Incredibile Hulk, Poochie, Yattaman, Iridella, He-Man, Lamù, Creamy,Kiss Me Licia, i Barbapapà, i Mini-Pony, le Micro-Machine, Big Jim e la casa di Barbie di cartone ma con l'ascensore.

La generazione che ancora si chiede se Mila e Shiro alla fine vanno insieme.


La generazione che non ricorda l'Italia Mondiale '82, e che ci viene un riso smorzato quando ci vogliono dare a bere che l'Italia di quest'anno è la favorita.

L'ultima generazione a vedere il proprio padre caricare il portapacchi della macchina all'inverosimile per andare in vacanza 15 giorni.

L'ultima generazione degli spinelli.

Guardandoci indietro è difficile credere che siamo ancora vivi: viaggiavamo in macchina senza cinture, senza seggiolini speciali e senza air-bag; facevamo viaggi di 10-12 ore e non soffrivamo di sindrome da classe turista.


Non avevamo porte con protezioni, armadi o flaconi di medicinali con chiusure a prova di bambino. Andavamo in bicicletta senza casco né protezioni per le ginocchia o i gomiti.

Le altalene erano di ferro con gli spigoli vivi e il gioco delle penitenze era bestiale.

Non c'erano i cellulari. Andavamo a scuola carichi di libri e quaderni, tutti infilati in una cartella che raramente aveva gli spallacci imbottiti, e tanto meno le rotelle!!

Mangiavamo dolci e bevevamo bibite, ma non eravamo obesi. Al limite uno era grasso e fine. Ci attaccavamo alla stessa bottiglia per bere e nessuno si è mai infettato. Ci trasmettevamo solo i pidocchi a scuola, cosa che le nostre madri sistemavamo lavandoci la testa con l'aceto.


Non avevamo Playstation, Nintendo 64, videogiochi, 99 canali televisivi,dolby-surround, cellulari, computer e Internet, però ce la spassavamo tirandoci gavettoni e rotolandoci per terra tirando su di tutto; bevevamo l'acqua direttamente dalle fontane dei parchi, acqua non imbottigliata, che bevono anche i cani!

E le ragazze si intortavano inseguendole per toccar loro il sedere e giocando al gioco della bottiglia o a quello della verità, non in una chat dicendo :) :D :P

Abbiamo avuto libertà, fallimenti, successi e responsabilità e abbiamo imparato a crescere con tutto ciò.


Tu sei uno di nostri? Congratulazioni! Invia questo a tutti coloro che hanno avuto la fortuna di crescere come bambini.

venerdì 13 aprile 2007

SE OTTO ORE VI SEMBRAN POCHE...




Mentre ci si accapiglia su ipotesi di riforme elettorali, su Vallettopoli o se i giocatori della Roma debbano chiedere scusa per il cappotto di Manchester la cronaca ci riporta amaramente sulla dura e laica terra.

E' di ieri la notizia di quattro morti sul lavoro, le ennesime. Questa orribile "Spoon River", come l'ha efficacemente ribattezzata "La Repubblica" in edicola oggi, ha scritto ancora una volta la sua triste pagina in diverse parti d'Italia: Brescia, Latina, Monza ed in ultimo Genova.
E proprio dal capoluogo ligure è partita la mobilitazione, sciopero generale, attività portuali sospese e bloccate dai "camalli", l'operaio schiacciato da una balla di cellulosa di oltre due tonnellate, tifoso rossoblu è stato finanche ricordato ieri sera a Marassi durante la partita vinta dal Genoa, squadra della quale era tifosissimo.

"Martiri del lavoro" li ha definiti Prodi nel giorno in cui, ironia della sorte, è stato approvato il "Testo unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro", un giro di vite per tutelare i giovani flessibili, dagli autonomi agli extracomunitari, ai part-time. Un primo passo affinchè simili sciagure non abbiano più a ripetersi.


Intanto un altro falco dell'amministrazione Bush, un altro aedo del pensiero teocon si ritrova con la faccia nella polvere.

Paul Wolfowitz, presidente della Banca Mondiale, rischia il posto per il più banale e comune degli incidenti che accadono a gli uomini di potere a tutte le latitudini: ha raccomandato la sua compagna per includerla negli organici della World Bank e concederle un lauto aumento di stipendio.

Il teorico dell'etica e della superiorità americana è ben raccontato in un ritratto di Federico Rampini sul sito de "La Repubblica" al quale vi rimando, leggetelo, ne vale la pena http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/esteri/wolfowitz-scandalo/wolfowitz-ritratto/wolfowitz-ritratto.html


Infine, l'altro giorno, la comunità cinese di Milano che abita nella zona di via Paolo Sarpi, è scesa in strada in seguito ad una multa comminata dai vigili urbani ad una venditrice ambulante.

Una manifestazione violenta, giunta inaspettata solo da chi è convinto che l'integrazione ed il rispetto delle regole passino solo attraverso una gestione "law & order" ed un velato razzismo di chi quelle leggi è portato a far rispettare.

Tra coloro che hanno protestato rumorosamente vi saranno anche stati elementi della mafia cinese ma in maggioranza erano giovani figli degli immigrati, italiani in tutto e per tutto, capi firmati e look alla moda, stanchi di essere considerati dei "musi gialli", neanche ci trovassimo in qualche striscia fumettistica americana degli anni '40.

A Milano vive il 22% della comunità cinese e quello che accade, si muove nel capoluogo lombardo deve essere considerato un fedele barometro degli stati d'animo dei nostri concittadini e non può essere sopravvalutato.

In una società come la nostra che si avvia, finalmente, a divenire multietnica, occorre un dialogo ed un confronto per non arrivare a situazioni limite come quella francese.
Di fronte alle giuste preoccupazioni dei residenti nelle Chinatown nostrane, la scomparsa di negozi gestiti da elementi nostrani, al continuo scarico delle merci, ai cattivi odori occorre ricordare che i negozi sono stati venduti con legittima soddisfazione da bottegai italiani increduli di fronte ad acquirenti che pagavano, spesso cash, anche il doppio del prezzo richiesto. E'chiaro che non si può volere la botte piena e la moglie ubriaca.


Ma tant'è, come diceva il presidente Mao, "Grande è il disordine sotto il cielo, quindi la situazione è eccellente".