lunedì 25 giugno 2007

E IL POVERO ABELE?


In questi giorni i programmi televisivi del nostro paese sono spesso interrotti da alcuni spot dell'associazione "Nessuno tocchi Caino", vicino al partito radicale, per chiedere una moratoria mondiale della pena di morte.
Il presidente dell'associazione, il deputato della Rosa nel pugno, Sergio D'Elia, è spesso ospite di vari salotti tv nei quali, col numero telefonico a tracolla in puro stile pannelliano, chiede a tutti noi di contribuire finanziariamente all'associazione per non lasciarli soli in una battaglia di cotanta civiltà.
Si da il caso però che l'onorevole D'Elia che tanto si scalda contro la crudeltà umana sia lo stesso che in gioventù ha militato nell'organizzazione terroristica di sinistra "Prima Linea" ed è stato condannato a 25 anni di prigione per banda armata e concorso morale nell'uccisione dell'agente di polizia Fausto Dionisi, freddato nel carcere delle Murate di Firenze (gennaio 1978) da un commando degli stessi terroristi durante un tentativo di evasione di alcuni compagni.
L'agente Dionisi, 22 anni, lasciò la moglie, sua coetanea, ed una figlia di due anni e mezzo mentre D'Elia condannato a 25 anni di prigione ne ha scontati solo 12 grazie agli innumerevoli benefici di legge ed alla legge che riconosce l'importanza del contributo dei dissociati e pentiti.
Sorvolando su certe leggi che preniano coloro che prima uccidono e dopo, fottendosi di paura, tradiscono gli amici e parlano, parlano, parlano comportandosi non propriamente da uomini veri e cantando di fronte alle guardie, nel 2000 il tribunale di Roma lo riabilitò provvedendo a eliminare le pene accessorie tra le quali l'inellegibilità.
Grazie alla sua attività in qualità di presidente dell'associazione "Nessuno tocchi Caino", da lui fondata, e nei confronti della popolazione carceraria, D'Elia si è guadagnato un posto di deputato del parlamento e, non contento, ha ottenuto pure il posto di segretario della presidenza della Camera.
Insomma, invece di affrontare il ritorno alla vita associativa in punta di piedi, l'onorevole D'Elia continua a non lesinare comparsate in tv o dichiarazioni alle agenzie come questa
"Sui casi di tortura praticata in Iraq da funzionari delle forze americane si possono dire solo due cose. Primo: è solo grazie alla libertà di stampa americana che noi abbiamo potuto sapere, con foto e resoconti particolareggiati, delle violenze subite da detenuti iracheni. Dei torturati in regimi dittatoriali, autoritari, illiberali, non è dato sapere nulla, semplicemente perchè lì non c’è libertà di stampa, quindi di inchiesta e prova indipendenti".
In tutti questi anni mai una parola, un pensiero pubblico, un rigo, per una madre ed un'orfana vittime delle paturnie rivoluzionarie di un manipolo di imbelli disperati.
Ma rivoluzione contro chi? Ma chi ve l'ha chiesto?
E quanto sono belli tutti assieme, rossi e neri, chiedere di mettere un punto agli anni di piombo, magari assieme a Cossiga (non più Kossiga col k), o di difendere i fascisti Fioravanti e Mambro dall'accusa di aver piazzato la bomba alla stazione di Bologna? D'altra parte, questa la tesi, loro hanno confessato tutto ma la strage no, non rientrava nel loro codice di superuomini nietschiani.
Balle, solo balle mentre alla moglie a alla figlia dell'agente ammazzato dagli amici di D'Elia non è rimasto altro che vedere un lenzuolo bianco sul corpo di quello che pure una volta è stato un marito, un padre, solo un uomo, ucciso dall'indifferenza di uno Stato che, trent'anni dopo, si ripresenta con le fatttezze dell'onorevole Sergio D'Elia, indignato e accorato per la pena di morte comminata a Cuba, in Cina o in Iran.
"Nessuno tocchi Caino" ma chi ha avuto la sfortuna di nascere Abele, di non frequentare certi salotti radical chic dove ci si commuove ricordando "La meglio gioventù" oppure sezioni di An nei quali vecchi e giovani fascistoni rammentano con orgoglio le scorribande, le rapine, le uccisioni e l'elezione a senatore di Marcello De Angelis, a lungo latitante e poi condannato definitivamente per associazione sovversiva dopo aver militato in "Terza Posizione",associazione di estrema destra assieme a Roberto Fiore,condannato per analoghi reati e poi latitante?
I parenti delle vittime che devono fare, scomparire, marcire per soccombere alla nuova storia scritta dai vincitori, un grande e bello embrassons-nous, una notte nella quale tutte le vacche sono nere?
Io sto ancora dalla parte di Abele e Caino, semmai, viene dopo ma molto dopo...

domenica 24 giugno 2007

TODA JOIA TODA BELEZA


E' uscito da pochissimi giorni il nuovo lavoro di Roy Paci, Suonoglobal, una vera e propria immersione a tutto tondo nella musica, nelle sonorità più vivaci e fantasgoriche.
Il trombettista di Augusta, che già ricordiamo collaboratore dei Mau Mau e di Manu Chao, ha sfornato un cd scoppiettante e aperto, come suo solito, a tantissimi incontri.
Su 15 pezzi ben 6 vedono partecipazioni straordinarie: Cor Veleno, Pau dei Negrita, Caparezza & Sud Sound System, Raiz (ex Almamegretta), Erriquez (Bandabardò) e Manu Chao. E' un viaggio andata e ritorno tra Italia, Spagna, Sudamerica ed Africa all'insegna della felicità, della contentezza e del puro gusto di far musica.
E'davvero un piacere ascoltare Roy, sempre col sorriso sulle labbra, raggiungere vette inaspettate con la sua tromba, davvero uno degli strumenti più affascinanti capace di regalare splendide sensazioni. Ed il ragazzo della Trinacria va elogiato per la scelta di riuscire a spuntare un prezzo davvero economico, €. 12, 90 (86 centesimi a traccia), per il suo cd che si può trovare anche nelle edicole.
Spero quindi che il disco ed il tour abbiano un gran successo, nel mio piccolo l'ho già acquistato e gustato, e non posso far altro che consigliarvelo magari assieme alla lettura di un vecchio libro di Paco Ignacio Taibo II, La Bicicletta di Leonardo, un trip no stop Barcellona -Italia-Usa e Messico, un vero e proprio romanzo libertario, un inno all'anarchismo più totale e Dio solo sa quanto bisogno c'è di libertà in questi tempi.
Baciamo le mani, Rrrrrrrroy.....

mercoledì 20 giugno 2007

QUELLA SPORCA ULTIMA META



Da "La Stampa" del 20 giugno, un articolo del corrispondente da Parigi, Domenico Quirico:

"La sera del sei maggio, giorno del secondo turno delle presidenziali, nella sala ultrachic del «Fouquet's», crocevia dei nababbi ghiottoni, la festa era ormai avviatissima.

A fianco del presidente nuovo di zecca, Cécilià, la moglie, non c'era. Assenza assai notata, e rimasta misteriosa negli annali della République.

C'era, invece, un cranio lucidissimo che sormontava una faccia olfattiva, occhialini da professore e un fisico di chi ha sudato a lungo per schivare, senza danni, gli acchiappamenti con monumentali mediani di mischia.

Sì, proprio lui, Bernard Laporte, il selezionatore dei Quindici, la nazionale di rugby.

Il calcio in Francia è popolare, seguito, fa discutere, appassiona: ma il rugby è un'altra cosa, è qualcosa che si ama. Neppure nella terra degli All blacks o in Inghilterra dove è nato, poteva accadere che il selezionatore della nazionale, in carica, diventasse, ieri, segretario di Stato allo sport (da noi si direbbe sottosegretario), fosse autorevolmente governizzato.

Tradotto in italiano, è come se Lippi fosse stato nominato ministro due mesi prima del mondiale in Germania.Con una postilla ancor più originale: è stato nominato ma entrerà in carica solo a ottobre, primo caso nella storia della Francia.

Non mancano le buone ragioni. E' impegnatissimo: a immuscolire la squadra che deve (verbo seguito rigorosamente da un risoluto punto esclamativo) vincere il campionato del mondo che si giocherà in casa. Già ci si interroga, tra politica e sport: se il Segretario di Stato dovesse capitolare nella fase eliminatoria cosa succederà: una crisi di governo? Si dovrà procedere a un complicato rimpasto?Eppure Sarkozy non ha scelto a caso.

Perché la passione tra questo quarantunenne e la Francia è fremente, palpita come i grandi amori. Il paese dubita di sé, è in crisi di identità, si divide in tribù che si guardano in cagnesco? C'è Laporte con i suoi valori semplici che lo rassicura. E' come la definizione che dà del rugby: «vuole dire disciplina, solidarietà, rispetto dell'arbitro e degli sconfitti salutati dai vincitori».

Canonico, conventuale e rassicurante. A fare la fronda, inutilmente, sono rimasti solo detrattori nevrastenici, gli esteti del gioco, che non trovano da otti anni il suo rugby per nulla «champagne».

Anzi prolisso, mediocre, cabotante: quando gli altri Grandi sono in declino allora si vince, quando sono forti allora sono guai. Dicono che non ha «teorie», l'unica sua sublimazione tattica si chiamava «sistema dei blocchi», ovvero rapidità di esecuzione e dispersione della difesa avversaria. Bello, peccato che l'avesse copiata dagli australiani che la usavano da un anno.

Con i giocatori è una iena, sfinisce questi giganti a furia di pavlovismi. Ha vinto, certo, quattro tornei delle Sei Nazioni. Ma in semifinale dei mondiali del 2004 è stato umiliato dagli inglesi. I quindici hanno appena giocato un match di prova contro i neozelandesi; sconfitta con 51 punti di scarto, le mete fioccavano, una umiliazione.

Pensate che l'abbiano atteso all'aeroporto per chiedere spiegazioni? Niente affatto: signori, Laporte non si tocca, è la France. Anche come giocatore a Gaillac e a Bordeaux è stato un «medio», che è la peggiore condanna in uno sport dove prevale l'elegia e si parla dei giocatori come degli eroi di Omero. Niente da fare. Gli perdonano tutto. Essere suoi detrattori vuol dire vivere pericolosamente: perché annota nomi e cognomi, li aspetta in inboscata alle conferenze stampa.

I francesi adorano proprio le sue arrabbiature, i suoi furori biblici, le parolacce con cui urla strapazza predica. Nel 2002, dopo un Francia-Italia allo Stade de France, vinto ma non indimenticabile, si presentò in conferenza stampa; per smerigliare i giocatori una sola metafora: «Oggi mi hanno rotto i c...». Tiene d'occhio anche il pubblico, non certo per titillarlo, perché i fischi non gli piacciono. Nel febbraio 2006, avversario l'Irlanda, osarono fischiare il divino Michalak, il Pavarotti delle aperture. Microfoni aperti, obiettivi puntati, parla Laporte: «Tutti questi borghesi di merda, li scaraventerei sul terreno di gioco». «Ma le mie arrabbiature sono un grido di amore» sogghigna lui. Evidentemente gli credono.

Si difendono dai suoi assalti sgarbati come accade nelle dittature, con i soprannomi: agrodolci tipo «il Kaiser» e «il Cornac», ma anche cattivelli come «Ber l'emmerdeur» e «Eagle For» da pronunciare alla francese che vuol dire «bocca larga».

Laporte durante l'anno fa il selezionatore due giorni la settimana, nel weekend, quando va in giro a stilare pagelle dei suoi prediletti. Il lunedì lucida un altro motto: «Ho una passione e un mestiere, il rugby, ma non dimentico gli affari». Non è un problema di soldi, anche se i 7500 euro al mese che riceve come stipendio sono ben lontani dalle prebende del calcio.

E' una sorta di permanente bulemia, l'ossessione di vivere a duecento all’ora, una inappetente bisogno di successo. E' per questo che Sarkozy lo adora: «Gli affari sono la mia libertà, essere indipendente vuol dire restare se stesso». Così è diventato il cocco degli industriali: Laporte è un marchio, una faccia, una irradiazione da coprire d'oro. Il suo agente, Serge Benaim, è travolto dalle sponsorizzazioni, la penna con cui firma i contratti è in perenne ricerca di inchiostro: «Sono costretto a dire no, non ce la faccio più a soddisfare tutte le richieste, lo vorrebbero ovunque».

Il cranio lucido spunta dietro un rasoio a tre lame, ai telefonini, al cibo per cani, allo champagne, sovrintende il miracoloso imballaggio di un prosciutto che basta «placcare» per richiudere, spunta in tv, anima seminari, sforna conferenze all'università. Possiede ristoranti camping palestre due casinò vigneti (un vino del Gaillac porta il suo nome).

Tanto, troppo forse. Il fisco e i servizi di informazione si sono interessati alle sue attività.

Invano.

Nulla incrina il mito.

Laporte è la Francia".

martedì 19 giugno 2007

THESE BOOTS WERE MADE FOR WALKING




E anche la Scarpa d'oro è arrivata, ha preso casa nell'indirizzo, nella città a lei più consona.
Niente di meglio per festeggiare il Capitano che ascoltare la gran voce di Nancy Sinatra cantare These Boots were made for walking
e leggere l'omaggio di Tonino Cagnucci dalla prima pagina de Il Romanista del 18 giugno:
Da Vanigli a Van Nistelrooy
"Dal 17 giugno del 2001 a ieri, dal Trattato di Roma con cui in Campidoglio il 25 marzo 1957 nasceva la CEE, al Santiago Bernabeu, passando per una tivvù accesa al Torrino, finalmente l'Europa è unita.
Settecentonovantanovemilioni di abitanti sparsi su un territorio di poco più di dieci milioni di chilometri quadrati hanno un Re.
E' una favola iniziata con un fallo di Vanigli e finita con un altro a van Nistelrooy di Basinas.
Prima della mezzanotte: Francesco Totti si è messo una Scarpa d'Oro.
Cinquantadue federazioni calcistiche affiliate all'Europa per cinquantuno campionati (il Lichtenstein non ha torneo ma solo una coppa), circa ottocento squadre di calcio, migliaia di calciatori hanno eletto il loro Bomber: una volta, quando c'era la Lira, c'era Roberto Pruzzo dalle parti della capitale delle capitali, con l'Euro quello è il nuovo titolo di Francesco Totti.
Esperanto del pallone, speranza dell'umanità.
Dal 19 febbraio del 2006 con una caviglia spaccata in due e i sogni finiti a Villa Stuart a ieri sera, è passato poco più di un anno: Totti è diventato campione del Mondo, vicecampione d'Italia, capocannoniere della serie A e d'Europa, ha alzato a Milano la Coppa Italia, ha battuto il Lione e il Manchester United.
Lui non Ronaldinho, né Shevchenko, o Drogba, Eto'o, Crespo, Ibrahimovic, Baggio, Boninsegna, Riva, Rivera, Maldini, Baresi, Platini (questi manco un Mondiale hanno vinto...) e mille altri.
No: lui sì.
Totti quello che... "sì è pure fortissimo però non ha mai vinto niente a livello internazionale", quello "sì a Roma è Dio però in Europa chi lo conosce?", quello che con le stampelle è andato in Curva Sud, coi capelli corti ha guardato negli occhi un portiere australiano alto e brutto e in primissimo piano il mondo e gli ha fatto go (go perché è Tottigo) oltretutto anche dopo l'ultimo minuto.
«Dicevano che ero finito...», ha detto e poteva pure non dirlo. Basta riguardare quella "cosa" terra-aria "a Sampdoria", la mezzarovesciata rovescia Milan a Milano, la punizione stile Comiso a Palermo, eccetera ed eccetera.
Tutto il resto è gioia.
E' il primo romanista che vince la Scarpa d'Oro, è il secondo italiano a riuscire a fare quello che gente come Eusebio, Van Basten, Rush, Gerd Muller, Henry, Ronaldo, Hugol Sanchez, Stoickhov, hanno fatto.
Che gli sia capitato il 17 giugno è per forza un destino. Anche di domenica come quella domenica di un milione di bandiere.
E se pure Capello ha goduto, chissenefrega. Il Barcellona ha fatto di tutto per cercare di comprarsi legalmente il Maiorca, le aveva promesso due milioni di euro e, dicono, anche Chivu. Se lo terranno se andrà là.
E se pure Capello ha goduto chissenefrega, serve soltanto a ricordare a tutti che non lo faceva dal 17 giugno 2001, con la Roma: come ieri, 3-1.
Tutto il resto è stato Calciopoli.
Niente.
Macerie.
Placche.
In piedi c'è rimasto Francesco Totti. Non s'è mai sporcato.
Pensa adesso con una Scarpa d'Oro.
Altro che Cenerentola".
P.s.: Don Fabio domenica sera mi ha fatto anche perdere una scommessa: a settembre mi ero giocato una pizza con Nanni convinto che il Barça rivincesse il campionato ma Don Fabio mi ha buggerato ancora una volta.
Vuol dire che brinderemo alla salute nostra e di Don Fabio che ha rivinto un campionato sempre di 17 giugno...

lunedì 18 giugno 2007

VAMOS A GANAR, DON FABIO...

"E vince sempre lui, non c'è niente da fare, si chiama Fabio Capello", così urlava alle 22, 45 di ieri sera l'inviato e telecronista Sky Riccardo Trevisani, nostro fratello giallorosso, che assieme ad Altafini ha raccontato l'incredibile epilogo della Liga.

Proprio lui, direbbe Piccinini!

E vederlo festeggiare in mezzo al campo faceva sorridere. Il mago di Pieris era palleggiato dai suoi eroi, scucchia in fuori e culo basso, ma sempre, una volta di più vincente.

Mancavano venti minuti ed il Real Madrid perdeva in casa col Mallorca mentre il Barça stava passeggiando a Tarragona. Non c'erano più speranze, Capello si gira in panchina ed è costretto a mettere in campo il mai troppo amato Reyes, ex Arsenal, autore di una stagione negativa. Ma il calcio è così, 60 secondi ed il giovanotto va in goal, ma non basta. Ecco adesso Diarra, il peggiore in campo, rete!, 2-1 fino alla doppietta, all'apoteosi di Reyes e del popolo madridista.

E alla fine è pandemonio Real e, come sempre, a vincere è uno solo, Don Fabio.


Fortuna, sì.
Anche ieri ha capito in ritardo che peso morto fosse il suo cocco Emerson , l'ha tolto e ha vinto (chiedere alla Roma 2001 ed al Brasile pentacampeao del 2002).

Però lui è sempre lì. Un mastino, non molla l'osso e comunque vada ha sempre ragione.

Lui è quello che di fronte all'invasione di campo anticipata di Roma-Parma gridava "Dilettanti!", che di fronte al pareggio di Siena nell'ottobre 2003 dava la colpa all'erba alta, al vento e al campo troppo largo.

Lui è quello dell'imitazione di Galopeira da Mario, in radio "Abbiamo giocattto una buonna partitttta", "I quindici fischionni ancora non sono arrivatti".

Lui è quello che è fuggito come un vile, di notte, con la Mazda della Roma non dimenticando di avvertire quell'altro lord di Tosatti che si è rivenduto lo scoop in solitario sul Corriere della Sera.

Lui è quello che solo pochi giorni prima raccontava in un'intervista a Stefano Petrucci per il "Corriere della Sera" quanto amasse alla follia la Roma, Roma, la città della sua vita, San Lorenzo, il ristorante Pommidoro, peccato per la monnezza, davvero troppa per la Capitale d'Italia.

Lui è quello che ha rovinato il più grande talento degli ultimi dieci anni, Cassano, prima vezzeggiandolo e poi buttandolo in un angolo come un panno sporco.

Lui è quello che ieri festeggiava con Fabio Cannvaro (ieri c'era la più alta concentrazione di galantuomini per chilometro quadrato) avvolto in una bandiera con fascio littorio.

Però alla fine ha vinto, e zitti tutti.

E'difficile poter replicare a quello che resta il maggiore selezionatore di "istant team", glorificato ieri sera da un nostro vecchio amico, presente ieri sugli spalti del Bernabeu, Roberto Beccantini de "La Stampa". Ecco alcune chicche:

esce per infortunio Van Nistelrooy consegnando la Scarpa d'Oro al Capitano?

"Quando i muscoli di Ruud Van Nistelrooy hanno ceduto, era il 23’. Immagino il sollievo di Totti (ha salvato la Scarpa d’oro, 26 reti a 25)".

Si vuole difendere Don Fabio dalle critiche?

"Fabio Capello ha diritto alle scuse di una classe giornalistica senza memoria, una consorteria ondivaga e un po’ cialtrona che si è attaccata a tutto, anche all’uomo, pur di demolire l’allenatore". Non è un'autocritica come sembra nè un brano della sua prossima autobiografia in uscita.

Queste invece sono sante parole:

"Circondato e protetto dalla sua tribù - Italo Galbiati e i due Franco: Baldini e Tancredi - Fabio ha tirato su il ponte levatoio.
Volete che me ne vada? Licenziatemi. Non mi dimetterò mai. Questione di soldi.
Fabio scappa dalle piazze, non dagli stipendi.
Mollò Roma dopo aver giurato che mai e poi mai sarebbe andato alla Juve: della quale parlava, più o meno, come ne avrebbe parlato il procuratore Palazzi nella requisitoria di Calciopoli. Dribblò e mortificò il popolo juventino non prima di aver garantito che «ci saremmo divertiti» quando lo scandalo sarebbe arrivato a sentenza. Professionisti tutti d’un prezzo, si chiamano così".

Quando ci si mette anche Beccantini ha, alla fine, sprazzi di lucidità.

Concludo come avevo fatto in un'altra occasione.
E' tutto vero, tutto giusto ma alla fine Don Fabio ha vinto anche ieri e come diceva Totò, "E' la somma che fa il totale".

sabato 16 giugno 2007

SE QUESTO E' UN UOMO



Che Primo Levi mi perdoni per la scelta di utilizzare il titolo del suo romanzo dedicato alla personale esperienza di deportato ad Auschwitz in un post dedicato alla vicenda dell'ex capitano delle SS, uno dei carnefici, uno degli esecutori del massacro delle Fosse Ardeatine.

Grazie alla decisione del tribunale militare di sorveglianza (quando aboliremo quella mostruosità che rispondono al nome di tribunali militari in tempo di pace) il 93enne Priebke può lasciare i domiciliari per recarsi a lavorare presso lo studio del suo legale.

Data l'infamità di un simile provvedimento, le parole servono davvero a poco.

Come studioso di storia contemporanea mi hanno sempre insegnato che non si deve mai giudicare ma comprendere.

Che non esiste una ferina e gratuita bestialità ma ogni cosa ha una sua ratio, anche l'irrazionale. Che le grandi tragedie del '900 sono potute accadere non perchè milioni di persone fossero sotto effetto ipnotico da parte di folli ma perchè atti così gravi trovavano una motivazione in stati d'animo, in sensazioni realmente percepite.

Preferisco lasciare la parola allora all'americanista Alessandro Portelli, uno dei massimi studiosi di quella tragica vicenda che sono e rimangono le Fosse Ardeatine. Chi volesse saperne di più puà scaricare la sua lezione tenuta all'Auditorium del Flaminio il 18 marzo in occasione della manifestazione "I giorni di Roma" (In mp3 ed in versione ITunes):

http://www.laterza.it/novita/lezionidistoria.asp

Dalla prima pagina de "Il Manifesto" del 15 giugno così scrive il prof. Portelli:

"Allora, Eric Priebke è praticamente libero di andare e venire «per motivi di lavoro» per le strade della città che ha ferito col suo ruolo nella strage delle Fosse Ardeatine e ha continuato a insultare con il suo atteggiamento impenitente durante e dopo il suo processo.

Già nei giorni scorsi mi arrivavano telefonate di persone addolorate e offese dalle tranquille passeggiate del boia delle Ardeatine nei viali di Villa Pamphili.

Adesso, l'insulto è completo.

Non mi va di entrare nel merito tecnico, giuridico, legalistico della decisione dei magistrati. Immagino che abbia tutte le carte in regola, che sia a posto con la burocrazia e col codice.

Ma ci sono cose che vanno oltre la lettera delle regole, sentimenti civili collettivi che vanno pure tenuti in conto in casi eccezionali come questo.Quello che mi sento di dire è che trovo sconcertante la dichiarazione del ministro della giustizia del governo di centro sinistra, onorevole Clemente Mastella: «Se fossi ebreo sarei offeso».

Che è un modo di dire che, siccome lui non è ebreo, allora la cosa lo lascia indifferente.

Sono fatti loro.

Questo è un atteggiamento gravissimo, non solo per il fatto elementare che alle Fosse Ardeatine sono stati ammazzati duecentosessanta esseri umani che non erano ebrei (e questo Mastella dovrebbe saperlo), e non possiamo fare carico alla sola comunità ebraica di tenere viva anche la loro memoria, ma anche e soprattutto perché le Fosse Ardeatine, e più ancora la Shoah, sono crimini contro l'umanità intera, non sono questioni private e bilaterali fa le vittime e i carnefici ma fra i carnefici e tutti noi.

Ridurre tutto a una questione che riguarda gli ebrei non è un modo di esprimere loro solidarietà, ma un modo di lasciarli soli".

mercoledì 13 giugno 2007

ROMA-BRUGGE-TIRANA (A.R.)


Per quei disinformati secondo i quali il "made in Italy" è in crisi oppure coloro che hanno una cattiva opinione del nostro sistema politico.
La risposta a questi cattivi pensieri sta tutta in quanto scrive l'inviato de "La Stampa" Marco Zatterin in data 11 giugno a proposito delle elezioni politiche svoltesi in Belgio:
"La tornata elettorale di ieri ha ampliato la distanza politica (e non solo) fra le due anime del Belgio federale, le ricche Fiandre e la claudicante Vallonia.
Nel nord del Paese si è anche confermata la forte consistenza dei due schieramenti di estrema destra, separatisti e xenofobi: il Vlaams Belang, che nella regione è il secondo partito con circa il 20 per cento dei suffragi; la lista Dedecker, dal nome del senatore uscente Jean-Marie Dedecker, ex allenatore della squadra nazionale belga di judo, eletto con i liberali e ora a capo di un proprio partito per il quale si è ispirato al populista olandese Pin Fortuyn, assassinato nel 2004 e sepolto in Italia.
Sebbene raccolgano un voto fiammingo su tre, i due movimenti sono tenuti fuori dal potere e dalle istituzioni con un cordone sanitario. Per questo, proprio ieri hanno annunciato l'intenzione di coalizzarsi, così da formare una minoranza coesa e compatta. La speranza è quella di superare l'ostracismo e arrivare a rappresentare comunque una opposizione solida, e magari di blocco, per la maggioranza di governo.
Hanno deciso di chiamarlo FORZA FLANDRIA. Gli alfieri del "made in Italy" ringraziano".
Per chi non l'ha visto credo sia davvero interessante vedere il filmato della visita del presidente Bush in Albania e la storia del suo orologio da polso
Questo è invece il commento di Massimo Gramellini de "La Stampa":
"I No Global sono proprio fermi all'età della pietra. I soliti slogan antiamericani, le solite baruffe con la polizia. Cose viste e straviste, che a Bush non hanno provocato il minimo grattacapo.
Gli albanesi, invece.
Autentici geni imparentati con Totò, hanno accolto il Presidente neanche fosse il Messia, in un turbinio di baci e abbracci. Ma appena Bush è riuscito a divincolarsi, dal suo polso era misteriosamente scomparso l'orologio. Mica tanto misteriosamente: nelle immagini si vede un polpastrello prensile staccarsi dalla boscaglia di mani adoranti per sfilare il cinturino presidenziale con tocco lieve da pianista.
Bush non si è accorto di nulla, ma d'altronde non guarda l'ora da quando diede ordine di bombardare l'Iraq: lì per lui il tempo si è fermato. Più incredibile che non se ne siano accorti gli uomini dell'agile scorta, circa 850 emuli dell'ispettore Clouseau, uno più sveglio dell'altro, ma tutti assai meno del più torpido degli albanesi.
Si ignorano le conseguenze diplomatiche dell'attentato, il più grave mai subito all'estero da un Presidente americano. La proposta della Cia - requisire per rappresaglia l'orologio di ghisa situato in cima al campanile del duomo di Tirana - è stata respinta dopo lunghe riflessioni da Bush con la motivazione che non avrebbe saputo come legarselo al polso.
Gli agenti Fbi stanno battendo tutte le piste, anche che l'orologio scomparso sia stato regalato per sbaglio a Bush da Berlusconi.
Il quale potrebbe aver incaricato qualche suo collaboratore albanese di recuperarlo, allo scopo di farne dono a un amico velista nella bufera.
Un certo Massimo, che da tempo non vede l'ora".