
lunedì 25 giugno 2007
E IL POVERO ABELE?

domenica 24 giugno 2007
TODA JOIA TODA BELEZA

mercoledì 20 giugno 2007
QUELLA SPORCA ULTIMA META

Da "La Stampa" del 20 giugno, un articolo del corrispondente da Parigi, Domenico Quirico:
"La sera del sei maggio, giorno del secondo turno delle presidenziali, nella sala ultrachic del «Fouquet's», crocevia dei nababbi ghiottoni, la festa era ormai avviatissima.
A fianco del presidente nuovo di zecca, Cécilià, la moglie, non c'era. Assenza assai notata, e rimasta misteriosa negli annali della République.
C'era, invece, un cranio lucidissimo che sormontava una faccia olfattiva, occhialini da professore e un fisico di chi ha sudato a lungo per schivare, senza danni, gli acchiappamenti con monumentali mediani di mischia.
Sì, proprio lui, Bernard Laporte, il selezionatore dei Quindici, la nazionale di rugby.
Il calcio in Francia è popolare, seguito, fa discutere, appassiona: ma il rugby è un'altra cosa, è qualcosa che si ama. Neppure nella terra degli All blacks o in Inghilterra dove è nato, poteva accadere che il selezionatore della nazionale, in carica, diventasse, ieri, segretario di Stato allo sport (da noi si direbbe sottosegretario), fosse autorevolmente governizzato.
Tradotto in italiano, è come se Lippi fosse stato nominato ministro due mesi prima del mondiale in Germania.Con una postilla ancor più originale: è stato nominato ma entrerà in carica solo a ottobre, primo caso nella storia della Francia.
Non mancano le buone ragioni. E' impegnatissimo: a immuscolire la squadra che deve (verbo seguito rigorosamente da un risoluto punto esclamativo) vincere il campionato del mondo che si giocherà in casa. Già ci si interroga, tra politica e sport: se il Segretario di Stato dovesse capitolare nella fase eliminatoria cosa succederà: una crisi di governo? Si dovrà procedere a un complicato rimpasto?Eppure Sarkozy non ha scelto a caso.
Perché la passione tra questo quarantunenne e la Francia è fremente, palpita come i grandi amori. Il paese dubita di sé, è in crisi di identità, si divide in tribù che si guardano in cagnesco? C'è Laporte con i suoi valori semplici che lo rassicura. E' come la definizione che dà del rugby: «vuole dire disciplina, solidarietà, rispetto dell'arbitro e degli sconfitti salutati dai vincitori».
Canonico, conventuale e rassicurante. A fare la fronda, inutilmente, sono rimasti solo detrattori nevrastenici, gli esteti del gioco, che non trovano da otti anni il suo rugby per nulla «champagne».
Anzi prolisso, mediocre, cabotante: quando gli altri Grandi sono in declino allora si vince, quando sono forti allora sono guai. Dicono che non ha «teorie», l'unica sua sublimazione tattica si chiamava «sistema dei blocchi», ovvero rapidità di esecuzione e dispersione della difesa avversaria. Bello, peccato che l'avesse copiata dagli australiani che la usavano da un anno.
Con i giocatori è una iena, sfinisce questi giganti a furia di pavlovismi. Ha vinto, certo, quattro tornei delle Sei Nazioni. Ma in semifinale dei mondiali del 2004 è stato umiliato dagli inglesi. I quindici hanno appena giocato un match di prova contro i neozelandesi; sconfitta con 51 punti di scarto, le mete fioccavano, una umiliazione.
Pensate che l'abbiano atteso all'aeroporto per chiedere spiegazioni? Niente affatto: signori, Laporte non si tocca, è la France. Anche come giocatore a Gaillac e a Bordeaux è stato un «medio», che è la peggiore condanna in uno sport dove prevale l'elegia e si parla dei giocatori come degli eroi di Omero. Niente da fare. Gli perdonano tutto. Essere suoi detrattori vuol dire vivere pericolosamente: perché annota nomi e cognomi, li aspetta in inboscata alle conferenze stampa.
I francesi adorano proprio le sue arrabbiature, i suoi furori biblici, le parolacce con cui urla strapazza predica. Nel 2002, dopo un Francia-Italia allo Stade de France, vinto ma non indimenticabile, si presentò in conferenza stampa; per smerigliare i giocatori una sola metafora: «Oggi mi hanno rotto i c...». Tiene d'occhio anche il pubblico, non certo per titillarlo, perché i fischi non gli piacciono. Nel febbraio 2006, avversario l'Irlanda, osarono fischiare il divino Michalak, il Pavarotti delle aperture. Microfoni aperti, obiettivi puntati, parla Laporte: «Tutti questi borghesi di merda, li scaraventerei sul terreno di gioco». «Ma le mie arrabbiature sono un grido di amore» sogghigna lui. Evidentemente gli credono.
Si difendono dai suoi assalti sgarbati come accade nelle dittature, con i soprannomi: agrodolci tipo «il Kaiser» e «il Cornac», ma anche cattivelli come «Ber l'emmerdeur» e «Eagle For» da pronunciare alla francese che vuol dire «bocca larga».
Laporte durante l'anno fa il selezionatore due giorni la settimana, nel weekend, quando va in giro a stilare pagelle dei suoi prediletti. Il lunedì lucida un altro motto: «Ho una passione e un mestiere, il rugby, ma non dimentico gli affari». Non è un problema di soldi, anche se i 7500 euro al mese che riceve come stipendio sono ben lontani dalle prebende del calcio.
E' una sorta di permanente bulemia, l'ossessione di vivere a duecento all’ora, una inappetente bisogno di successo. E' per questo che Sarkozy lo adora: «Gli affari sono la mia libertà, essere indipendente vuol dire restare se stesso». Così è diventato il cocco degli industriali: Laporte è un marchio, una faccia, una irradiazione da coprire d'oro. Il suo agente, Serge Benaim, è travolto dalle sponsorizzazioni, la penna con cui firma i contratti è in perenne ricerca di inchiostro: «Sono costretto a dire no, non ce la faccio più a soddisfare tutte le richieste, lo vorrebbero ovunque».
Il cranio lucido spunta dietro un rasoio a tre lame, ai telefonini, al cibo per cani, allo champagne, sovrintende il miracoloso imballaggio di un prosciutto che basta «placcare» per richiudere, spunta in tv, anima seminari, sforna conferenze all'università. Possiede ristoranti camping palestre due casinò vigneti (un vino del Gaillac porta il suo nome).
Tanto, troppo forse. Il fisco e i servizi di informazione si sono interessati alle sue attività.
Invano.
Nulla incrina il mito.
Laporte è la Francia".
martedì 19 giugno 2007
THESE BOOTS WERE MADE FOR WALKING


lunedì 18 giugno 2007
VAMOS A GANAR, DON FABIO...
"E vince sempre lui, non c'è niente da fare, si chiama Fabio Capello", così urlava alle 22, 45 di ieri sera l'inviato e telecronista Sky Riccardo Trevisani, nostro fratello giallorosso, che assieme ad Altafini ha raccontato l'incredibile epilogo della Liga.Proprio lui, direbbe Piccinini!
E vederlo festeggiare in mezzo al campo faceva sorridere. Il mago di Pieris era palleggiato dai suoi eroi, scucchia in fuori e culo basso, ma sempre, una volta di più vincente.
Mancavano venti minuti ed il Real Madrid perdeva in casa col Mallorca mentre il Barça stava passeggiando a Tarragona. Non c'erano più speranze, Capello si gira in panchina ed è costretto a mettere in campo il mai troppo amato Reyes, ex Arsenal, autore di una stagione negativa. Ma il calcio è così, 60 secondi ed il giovanotto va in goal, ma non basta. Ecco adesso Diarra, il peggiore in campo, rete!, 2-1 fino alla doppietta, all'apoteosi di Reyes e del popolo madridista.
E alla fine è pandemonio Real e, come sempre, a vincere è uno solo, Don Fabio.
Fortuna, sì.
Anche ieri ha capito in ritardo che peso morto fosse il suo cocco Emerson , l'ha tolto e ha vinto (chiedere alla Roma 2001 ed al Brasile pentacampeao del 2002).
Però lui è sempre lì. Un mastino, non molla l'osso e comunque vada ha sempre ragione.
Lui è quello che di fronte all'invasione di campo anticipata di Roma-Parma gridava "Dilettanti!", che di fronte al pareggio di Siena nell'ottobre 2003 dava la colpa all'erba alta, al vento e al campo troppo largo.
Lui è quello dell'imitazione di Galopeira da Mario, in radio "Abbiamo giocattto una buonna partitttta", "I quindici fischionni ancora non sono arrivatti".
Lui è quello che è fuggito come un vile, di notte, con la Mazda della Roma non dimenticando di avvertire quell'altro lord di Tosatti che si è rivenduto lo scoop in solitario sul Corriere della Sera.
Lui è quello che solo pochi giorni prima raccontava in un'intervista a Stefano Petrucci per il "Corriere della Sera" quanto amasse alla follia la Roma, Roma, la città della sua vita, San Lorenzo, il ristorante Pommidoro, peccato per la monnezza, davvero troppa per la Capitale d'Italia.
Lui è quello che ha rovinato il più grande talento degli ultimi dieci anni, Cassano, prima vezzeggiandolo e poi buttandolo in un angolo come un panno sporco.
Lui è quello che ieri festeggiava con Fabio Cannvaro (ieri c'era la più alta concentrazione di galantuomini per chilometro quadrato) avvolto in una bandiera con fascio littorio.
Però alla fine ha vinto, e zitti tutti.
E'difficile poter replicare a quello che resta il maggiore selezionatore di "istant team", glorificato ieri sera da un nostro vecchio amico, presente ieri sugli spalti del Bernabeu, Roberto Beccantini de "La Stampa". Ecco alcune chicche:
esce per infortunio Van Nistelrooy consegnando la Scarpa d'Oro al Capitano?
"Quando i muscoli di Ruud Van Nistelrooy hanno ceduto, era il 23’. Immagino il sollievo di Totti (ha salvato la Scarpa d’oro, 26 reti a 25)".
Si vuole difendere Don Fabio dalle critiche?
"Fabio Capello ha diritto alle scuse di una classe giornalistica senza memoria, una consorteria ondivaga e un po’ cialtrona che si è attaccata a tutto, anche all’uomo, pur di demolire l’allenatore". Non è un'autocritica come sembra nè un brano della sua prossima autobiografia in uscita.
Queste invece sono sante parole:
"Circondato e protetto dalla sua tribù - Italo Galbiati e i due Franco: Baldini e Tancredi - Fabio ha tirato su il ponte levatoio.
Volete che me ne vada? Licenziatemi. Non mi dimetterò mai. Questione di soldi.
Fabio scappa dalle piazze, non dagli stipendi.
Mollò Roma dopo aver giurato che mai e poi mai sarebbe andato alla Juve: della quale parlava, più o meno, come ne avrebbe parlato il procuratore Palazzi nella requisitoria di Calciopoli. Dribblò e mortificò il popolo juventino non prima di aver garantito che «ci saremmo divertiti» quando lo scandalo sarebbe arrivato a sentenza. Professionisti tutti d’un prezzo, si chiamano così".
Quando ci si mette anche Beccantini ha, alla fine, sprazzi di lucidità.
Concludo come avevo fatto in un'altra occasione.
E' tutto vero, tutto giusto ma alla fine Don Fabio ha vinto anche ieri e come diceva Totò, "E' la somma che fa il totale".
sabato 16 giugno 2007
SE QUESTO E' UN UOMO

Che Primo Levi mi perdoni per la scelta di utilizzare il titolo del suo romanzo dedicato alla personale esperienza di deportato ad Auschwitz in un post dedicato alla vicenda dell'ex capitano delle SS, uno dei carnefici, uno degli esecutori del massacro delle Fosse Ardeatine.
Grazie alla decisione del tribunale militare di sorveglianza (quando aboliremo quella mostruosità che rispondono al nome di tribunali militari in tempo di pace) il 93enne Priebke può lasciare i domiciliari per recarsi a lavorare presso lo studio del suo legale.
Data l'infamità di un simile provvedimento, le parole servono davvero a poco.
Come studioso di storia contemporanea mi hanno sempre insegnato che non si deve mai giudicare ma comprendere.
Che non esiste una ferina e gratuita bestialità ma ogni cosa ha una sua ratio, anche l'irrazionale. Che le grandi tragedie del '900 sono potute accadere non perchè milioni di persone fossero sotto effetto ipnotico da parte di folli ma perchè atti così gravi trovavano una motivazione in stati d'animo, in sensazioni realmente percepite.
Preferisco lasciare la parola allora all'americanista Alessandro Portelli, uno dei massimi studiosi di quella tragica vicenda che sono e rimangono le Fosse Ardeatine. Chi volesse saperne di più puà scaricare la sua lezione tenuta all'Auditorium del Flaminio il 18 marzo in occasione della manifestazione "I giorni di Roma" (In mp3 ed in versione ITunes):
http://www.laterza.it/novita/lezionidistoria.asp
Dalla prima pagina de "Il Manifesto" del 15 giugno così scrive il prof. Portelli:
"Allora, Eric Priebke è praticamente libero di andare e venire «per motivi di lavoro» per le strade della città che ha ferito col suo ruolo nella strage delle Fosse Ardeatine e ha continuato a insultare con il suo atteggiamento impenitente durante e dopo il suo processo.
Già nei giorni scorsi mi arrivavano telefonate di persone addolorate e offese dalle tranquille passeggiate del boia delle Ardeatine nei viali di Villa Pamphili.
Adesso, l'insulto è completo.
Non mi va di entrare nel merito tecnico, giuridico, legalistico della decisione dei magistrati. Immagino che abbia tutte le carte in regola, che sia a posto con la burocrazia e col codice.
Ma ci sono cose che vanno oltre la lettera delle regole, sentimenti civili collettivi che vanno pure tenuti in conto in casi eccezionali come questo.Quello che mi sento di dire è che trovo sconcertante la dichiarazione del ministro della giustizia del governo di centro sinistra, onorevole Clemente Mastella: «Se fossi ebreo sarei offeso».
Che è un modo di dire che, siccome lui non è ebreo, allora la cosa lo lascia indifferente.
Sono fatti loro.
Questo è un atteggiamento gravissimo, non solo per il fatto elementare che alle Fosse Ardeatine sono stati ammazzati duecentosessanta esseri umani che non erano ebrei (e questo Mastella dovrebbe saperlo), e non possiamo fare carico alla sola comunità ebraica di tenere viva anche la loro memoria, ma anche e soprattutto perché le Fosse Ardeatine, e più ancora la Shoah, sono crimini contro l'umanità intera, non sono questioni private e bilaterali fa le vittime e i carnefici ma fra i carnefici e tutti noi.
Ridurre tutto a una questione che riguarda gli ebrei non è un modo di esprimere loro solidarietà, ma un modo di lasciarli soli".
mercoledì 13 giugno 2007
ROMA-BRUGGE-TIRANA (A.R.)

Nel nord del Paese si è anche confermata la forte consistenza dei due schieramenti di estrema destra, separatisti e xenofobi: il Vlaams Belang, che nella regione è il secondo partito con circa il 20 per cento dei suffragi; la lista Dedecker, dal nome del senatore uscente Jean-Marie Dedecker, ex allenatore della squadra nazionale belga di judo, eletto con i liberali e ora a capo di un proprio partito per il quale si è ispirato al populista olandese Pin Fortuyn, assassinato nel 2004 e sepolto in Italia.